La giornata era di quelle che non capisci se è l'inverno che tarda a divenire primavera o la primavera che tarda a divenire estate. Nè calda nè fredda, umida, a tratti piovosa ma con squarci di sole.
Un accenno di melodia in testa, appena abbozzata..lenta e ripetitiva. E ti sembra che sia passato un anno. Un anno da cosa? O da chi?
“Mi sento come se...come se mi fosse passato un treno addosso”.
“Vieni a sdraiarti un po' qui, prova a rilassarti”.
“Ci sto provando, ma appena il mio cervello smette di essere occupato..è come un interruttore, mi torna tutto in mente, è un'angoscia che non ti so descrivere”.
“Pensavo fosse tutto sistemato”.
“Beh..lo è, voglio dire..credo. Cioè..forse è questa la mia condanna, vivere nel terrore tutta la vita”.
“Ascolta..c'è qualcosa che posso fare per te? Intendo..beh..ora, subito. Io qualche idea ce l'avrei..”
“Lascia perdere, non riuscirei a godermela”.
“Ok..”
“Sai, quando sei immerso nei tuoi pensieri, e scopro che queste trance mi sorprendono in qualunque momento della giornata, pensi a tutto, a qualunque soluzione: omicidio, fuga, qualunque variante e combinazione di queste cose. Ti confesso: ho valutato anche l'ipotesi del suicidio, ma so che alla fine non ne avrei il coraggio”.
“Caspita..”
“Non so se è peggio il male o il pensiero del male. E' come vivere costantemente in uno stato di alta tensione. Voglio dire..nel breve ci salva l'adrenalina, reagisci. Ma poi devi poter scaricare, pensare che il pericolo è scampato. Invece io sto andando avanti da mesi e non vedo come uscirne, sono disperato”.
“Non sono psicologa, ma nella vita non si è sempre in controllo di tutto”.
“Mi sto rendendo conto che il pericolo mi sta cambiando, innalza la soglia, ho una percezione diversa dello stress, probabilmente è una forma di difesa. Ma poi a un certo punto, in qualunque momento della giornata, è come se mi risvegliassi. E allora sento un calore che mi parte dalle guance e da lì il calore si irradia insieme alla disperazione”.
“Stai crescendo come uomo”.
“Sì? Beh..preferivo prima. Se penso che i miei problemi erano trovare un distributore aperto o prendere le ferie a luglio. Me la prendevo, me la prendevo per molto poco e adesso pagherei una cifra inestimabile per tornare ad avere la mia vita”.
“Passerà. Che programmi hai nell'immediato. Se ne hai..”
“Devo andare. Andrea mi ha dato una traccia, una pista londinese, sarà probabilmente tempo perso, ma almeno servirà a distrarmi”.
“Vuoi dirmi altro?”
“Meglio di no, anche per la tua incolumità. Preferisco che tu non ne sappia troppo di questa storia. Sei già così cara ad ascoltarmi”
“Hey..lo sai che mi fa piacere”.
“Sono tornato da poco, mi sei mancata, è stato bello rivederti”.
“Anche per me”.
“Ciao, a presto”.
“Ciao Mirko.”

Milano, un palazzo storico, quasi nel cuore della città. Sorto negli anni cinquanta, in pieno boom economico, progettato da Giò Ponti. Il grattacielo Pirelli, sede della Regione Lombardia, si ergeva in tutta la sua possenza davanti allo sguardo da scolaro al primo giorno di scuola di Andrea.
New York, un altro edificio leggendario, anche questo eretto nell’anima della metropoli, a cavallo tra uno dei più inutili conflitti globali, la seconda guerra mondiale, e gli anni della filante rinascita industriale. Il Palazzo di vetro, che ad oggi ospita la sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sovrastava nella struttura e nell’umore politico la delegazione mondiale riunita nella sala dell’Assemblea Generale.

Milano, Andrea si aggiustò il ciuffo, si stirò le maniche della giacca a costine di velluto blu e inciampando nel grosso zerbino di cocco con il simbolo della Rosa Camuna chiese alla conturbante receptionist al banco delle informazioni dove fosse l’ufficio del personale. “Prenda l’ascensore di destra, prema il tasto 28. Guardi che di zerbini nel palazzo ce ne sono più di cento, si tolga gli occhiali da sole, se vuole arrivare al suo

colloquio senza infilare la testa in una vetrata…”. Mortificato, si voltò di scatto e, sotto gli occhi della procace segretaria, infilò il badge dei visitatori proprio nella scollatura di una tipica manager milanese. “Di silicon ricostruita si presta a nuova vita”, pensò. Peccato che fosse semi ottuagenaria. “Si accomodi, bel giovine! Stamattina sono iniziati i saldi, per lei….”. Pochi istanti e fu, quasi tremante, al cospetto della Commissione PROGETTO GRANDI OPERE, aspirante neo assunto nel ruolo di assistente dell’architetto del gruppo Infrastrutture Lombarde.
New York, la delegazione Italiana era sotto i riflettori. Il Gran Consiglio aveva da poco terminato i lavori, durati parecchie sedute e non pochi scontri.
Prese la parola il più anziano dei deputati delle Nazioni Unite e schiarendosi la voce cominciò a parlare alla platea.
“Colleghi Americani ed Africani, amici dell’Oceania e di tutta l’Asia, esimi rappresentanti del Vecchio Continente, grazie di essere intervenuti a questa che forse rappresenta il più importante giorno della storia recente e del prossimo futuro di tutte le Nazioni del mondo”.
Un immenso applauso rombò nell’enorme auditorium.
“Il est notre instant”, sibilò il delegato Francese.
“Es nuestro momento”, disse sicuro il capogruppo Spagnolo.
“Ci siamo”, stringendo a sé il collega Italiano.
“Nel nome del Popolo Mondiale, col patrocinio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, con la speranza che la creazione di un caposaldo di pace e di cooperazione Europeo serva a distogliere le menti guerrafondaie dalla loro incessante opera di disgregazione e di distruzione di massa e che possa così sorgere un punto di riferimento saldo e radicato per la ricostruzione del piano di alleanza dei Popoli, proprio nel baricentro di quella zona del globo che farà da crocevia alla liberazione bellica, dichiaro che abbiamo deliberato, oggi 28 maggio 2007, l’avvio del progetto. La sede prescelta, strategicamente perfetta, anello di congiunzione tra Oriente ed Occidente, tra culture opposte e religioni contrastanti è…”
La platea, ammutolita, con il fiato sospeso e le palpebre strette nella morsa della tensione.
"...L'Italia, nella città di Milano. Da domani, stimata delegazione Italiana, si dia inizio ai lavori per:..."
Milano. “Lei, Sig. Andrea” disse con voce ferma una specie di austero professore, “è stato qui quattro volte, ha superato tutte le selezioni. Si è laureato in Management, Economia e Politica presso l'University di St.Andrews e poi ha conseguito la seconda laurea in Ingegneria a Roma, alla Sapienza. Sarà specializzato in questioni legate ai palazzi storici, all'Urbe…”
"Veramente no, il mio curriculum lo avete praticamente radiografato, lo sapete benissimo quale sia la mia specializzazione, le grandi opere infrastrutturali polivalenti".
“Lo sappiamo, ma prima di darle l’esito definitivo circa la sua assunzione, ci permette di chiederle due cose?”
“Certamente”, arrossendo.
“I brillantini sul badge e sulla sua giacca, sono suoi? Ne abbiamo di visti di uguali su prosperosi decolté di femmine non proprio raccomandabili..”
“Mmm… veramente, no, è che stam..”
“Non lo dica, la prego. E restituisca alla dott.sa Marini, la nostra Presidente di Commissione il suo ciondolo, quello lì, di ambra. Quello impigliato nei bottoni della sua camicia, potrebbe cambiare idea proprio ora..”
“Mi rendo perfettamente conto” disse porgendo l’orpello. “Ci siamo conosciuti al pian terreno, adoro l’ambra..”
“Veniamo al dunque, lei conosce l’entità del progetto nel quale vorremmo inserirla?”
“Non esattamente”, mentendo piuttosto bene.
“Ebbene, lei è assunto. Il progetto è:….”
MILANO, NEW YORK:
LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA SEDE
EUROPEA DELLE NAZIONI UNITE.
Il deserto tra Merzouga e Tinrhir non ha eguali al mondo. La sua sabbia sa cambiare colore ad ogni istante, le sue forme sono memoria del vento. E il vento caldo l'accarezza lieve, scolpendone senza fretta ogni duna.
Nella tenda berbera il Contatto dava le spalle al mondo, seduto e assorto totalmente nella sua meditazione. Con una mano portava lentamente alla bocca il tradizionale tajine di pollo, come un automa perso nei suoi pensieri. Con l'altra accompagnava il pasto frugale con una tazza di tè bollente come l'anima di un condannato a morte.
“La verità giungerà al mattino. E al mattino le lingue di fuoco scriveranno il verbo”.
Lo sguardo fiero, eternamente corrucciato, gli zigomi alti e la pelle bruciata dal sole gli conferivano naturale autorevolezza. L'abito di lino chiaro tradiva le sue origini occidentali.
“Montagne d'acqua raffredderanno le gole aride dei bifolchi. E la takuba taglierà ogni lingua che ancora oserà offendere”.
Il fascio di muscoli d'un tratto riprese vita, con voce rauca disse: ”Ashtum,
vieni qui”.
Ashtum, che stava lavando con la sabbia la tajine, la tradizionale pentola magrebina con coperchio a cono, smise frettolosamente le sue faccende ed entrò nella tenda, talmente in fretta da cadere quasi rovinosamente. Rialzatosi inchiodò lo sguardo sul Contatto, in attesa di ordini.
“Forse abbiamo commesso un errore” disse serio il Contatto.
“Mmm?”
“Possiamo fidarci di loro?” l'accento arabo perfetto, per quanto la cultura di quella zona del Marocco, crocevia di mille traffici, fosse il risultato della fusione tra la tradizione araba e berbera dei nomadi, sulla quale si innestavano le influenze orientali ebraiche e quelle ispano-andaluse, nonché più recentemente francesi, insomma il posto ideale per mescolarsi e far perdere traccia di sé.
“Ti ho fatto una domanda, e voglio la tua franca opinione”.
“Credo siano perfetti per il genere di missione, non sono noti alle altre organizzazioni, hanno competenze, sanno quel che occorre e nulla più”.
“E tu, Ashtum, invece cosa sai?”
“Ehm...io...anche io so quello che occorre e nulla più”
“E chi decide cosa occorre?”
“L'Organizzazione”
“Bravo Ashtum, adesso vai, il sole sta calando e c'è strada da fare.
“As-salam alaikum”
“Wa alaikum as-salam”
L'uomo con aria sottomessa uscì lentamente dalla tenda in segno di rispetto per il suo severo ospite, salì su una Jeep e faticosamente prese la strada delle dune, in direzione della valle dello Ziz.
“Una Jeep..niente di meglio per dare nell'occhio” pensò il contatto, e nel farlo si sporse gettando l'occhio fuori al suo mezzo di trasporto che riposava pacifico.
Il contatto si alzò allora in piedi, e cominciò ad armeggiare con una strana valigetta metallica, tanto piccola, tanto pesante, di colore grigio scuro. La aprì con gesto vigoroso, lo scatto di una leva ne mise in luce un vano nascosto e con fare operoso svelò una serie di strumenti di apparente fabbricazione italiana. Da un'altra sacca, questa volta di cotone, uscirono altri strani oggetti, si sarebbe detto poco utili alla sopravvivenza nel deserto. Una volta montati, i vari pezzi misero in luce la forma di uno strano tipo di antenna, che il Contatto collegò alla trasmittente. Pareva evidentemente avvezzo e la sua trasmissione non durò che pochi minuti.
La notte nel deserto cala in fretta e in fretta la sua temperatura. Miliardi di stelle illuminavano la scena e con essa le gobbe del cammello.
Laura stava immobile, al centro della stanza. Pochi passi, tutti ormai alle sue spalle, la separavano dall’enorme portone che Fakhri aveva serrato solo 30 secondi prima. E pochi passi mancavano all’appuntamento con l’angoscia di chi non può più tornare indietro, come i tonni quando valicano le reti mobili della mattanza.
I polsi catturati dalle sottili e fredde dita delle mani di Abdel le diedero una scossa. Laura riaprì gli occhi che aveva stretto forte tornando con il pensiero a 10 anni prima, quando Elisa le diede in pochi istanti la visione immensa e soave di tutti i colori belli della vita. Non sentiva più il mormorio delle onde del mare. Non respirava più i resinosi effluvi della foresta di pini marittimi del Parco del Circeo. La fuga immersa nelle sinapsi più preziose tra le pieghe del suo cervello era finita, era virtuale.
La realtà la portava a schiantarsi, come una meteora nel deserto, contro il progetto Hurria, libertà, in Arabo.
Gli occhi sbarrati, il respiro innaturalmente accelerato. Quello di Laura, come quello degli uomini davanti a lei. Con le fattezze di un boia, Abdel, che sembrava essere il più giovane del gruppo, si chinò e con un gesto risoluto le strinse le caviglie mentre da dietro Fakhri, sorreggendola sotto le ascelle la tirò verso di se, sdraiandola sul gelido parquet della Sala del celòstato.
Laura era il mezzo. Laura non voleva. Laura doveva. Il danaro che le avrebbero depositato su un conto estero era l’unico modo per proseguire la sua dolorosa ricerca Ti troverò, dovessi strisciare per il mondo intero, ti troverò… e non ti lascerò mai più.. Ripeteva dentro sé per darsi una ragione di quel sacrificio.
“Ora stringere tu tua bocca. Essere ferma e tutto silenzio per poco minuti”. Le tolsero gli slip.
Aprì le gambe, divaricandole quel poco che bastava, le cosce indurite dall’ansia. Un quarto uomo era immobile, in fondo alla stanza, con una piccola videocamera a riprendere l’atto, a documentare il momento di spicco dell’Hurria che verrà..
Il quinto uomo, la pelle olivastra, nudo e sudato, si sdraiò su di lei, inchiodata al suolo dai due guardiani magrebini e, molto di più, dalla disperazione.
Laura si morse la lingua, serrò nuovamente le palpebre. L’uomo, infilò con fermezza il suo membro nella sua fecondità. Prima piano, poi con spinte vibranti, come colpi di maglio sull’incudine, l’Arabo invadeva la carne come fosse in un profondo stato di trance. Cinque, dieci, forse quindici minuti, senza sosta, senza interruzioni, senza compassione, il sangue misto al sudore. Solo il tamburellare di molte parole Arabe orientali, preghiere al Profeta, coprivano lo scricchiolio del legno sotto la schiena inarcata di Laura.
L’odore forte dello sperma sanciva il termine di quell’azione così scomposta e meccanica nel medesimo istante. Laura, liberata dalla morsa si lasciò andare ad pianto sommesso. La fecondazione era avvenuta. “Hurria! Hurria!”, le vene del collo gonfie come quelle di uno stallone rientrato da una corsa al galoppo nel deserto, furono le grida dell’uomo inginocchiato ora fra le sue ginocchia. “Hurria! Hurria” gridarono in coro, esaltati disordinatamente, in direzione della qibla, la Mecca. Quel giorno, fu concepito un uomo che compirà il progetto. L'uomo Hurria, e Laura fu lasciata uscire dalla stanza, tremante.
Capitolo 10
“Hey, hai finito di lavarti i denti? Ma sei sicura che esci con le amiche della scuola?”.
”Sì, mamma!”.
Lo specchio restituiva l'immagine del viso dalla carnagione ambrata, i denti bianchissimi, i capelli biondi appena mossi e quelle curve che faticavano a nascondere la donna che stava diventando.
“Non penserai di tornare tardi come al solito, questa volta non ti copro più con tuo padre!”
“No, mamma, non torno tardi, lascia la chiave al solito posto”.
“Va bene, ma guarda che...” non ebbe modo di finire che Elisa, sbattuta la porta, era già in strada. Quattro pneumatici un istante dopo già mordevano l'asfalto. “Dove andiamo?”. “Via, via di qui”.
“Che ne dici di una birra?”
“E se andassimo invece a Sabaudia?”
“Voglia di spiaggia? Certo ci vuole un po'..”
“Vai, vai, ho voglia di parlare un po'” disse Elisa, faticando a reprimere la frenesia tipica dei suoi anni, i suoi occhi verdi brillavano per la noia che stava improvvisamente per scrollarsi di dosso.
“Va bene allora”,
“Lo so, lo so: con un uomo ci puoi parlare, ti ascolta anche, ma poi gliela devi dare”
“E questa dove l'hai letta? Stai frequentando cattive compagnie, Elisa”
L'utilitaria procedeva spedita per la statale Pontina, quel centinaio di km scarsi stavano volando, la conversazione ora prendeva il sopravvento sulla musica, a volte era la musica a far valere il suo potere ipnotico.
“Ferma, ferma qui da qualche parte, ho cambiato idea”.
“Mi fermo, ma dove?”
“Non so, qui dalle parti del Circeo”. Il Circeo era il Parco Nazionale del Circeo, l'unico parco europeo ad estendersi completamente in pianura e in un ambiente marino, i suoi dintorni l'ideale per trovare un posto dove fare due chiacchiere senza essere disturbati.
“Qui va bene, spegni il motore” disse Elisa.
“Chissà se tra dieci anni ci ricorderemo di aver fatto cento km per finire nel nulla”
“Perché io sono il nulla?”
“Ma cosa dici? Non intendevo te”
“Mi pareva. Guarda che ho notato come la guardi quella lì” incalzò Elisa.
“Chi l'amica di mio fratello, smettila con queste assurde gelosie”
“E come farei mai ad essere gelosa di te? Ho capito che vuoi litigare”
“No, dai facciamo pace, vieni più vicino, devo dirti una cosa”
“Lo sai che non dovremmo” il cuore già palpitava.
Le due labbra si avvicinarono fino a sfiorarsi, lente, un morbido bacio ormai le legava. Le due lingue, dapprima timide, poi con velocità inaspettata, già si esploravano.
“No, non lo fare” una mano cominciò ad accarezzare l'interno della coscia abbronzata di Elisa, e dovrete fidarvi, perché l'interno dell'abitacolo era proprio buio, appena rischiarato da uno spicchio di luna.
“Smettila...” la voce non più spavalda di Elisa, anzi ora tremolante, diceva cose che il suo corpo faticava a confermare. La mano calda l'accarezzava lenta tra la pancia ed il seno sodo e morbido come solo a vent'anni, fino a quando, sorprendendo persino sé stessa, le sue gambe si aprirono impercettibilmente.
“Smettila, smettila...” disse Elisa, ma gli umori che il suo corpo stava già secernendo rappresentavano un'inerzia difficile da sovvertire.
Lentamente Elisa guidò come posseduta quella lingua verso il centro del suo desiderio, arrivata lì a dispetto dell'angusto abitacolo.
“Ancora, sì, piano” sapienti colpetti di lingua andavano ad alimentare il piacere, ora a sopirlo, poi a stuzzicarlo ancora.
“Non ti fermare, non ora!” la lingua si era distaccata, ma solo per un attimo e già aveva ripreso di gran lena. Ora un dito impertinente prese a giocare tra le gambe di Elisa, proprio vicino all'ano. Era troppo.
“Sì, sì, siiiii!!” il piacere giunse al culmine ed Elisa non fece nulla per trattenerlo. Venne in maniera evidente e copiosa, rilasciando un attimo dopo i muscoli, rilassando la mente mentre parte del corpo ancora fremeva.
“Ti è piaciuto?”
“Cosa abbiamo fatto Laura, cosa abbiamo fatto Laura?”
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Laura riaprì gli occhi e vide il magrebino a pochi centimetri da lei, urlarle in faccia tutta l'avida necessità della sua carne.


I cavalli ora riposavano lieti, non brucavano fili d’erba, era stato gasolio il loro pasto. L’intuizione di Andrea poteva essere quella giusta, doveva essere quella giusta. A
“Adesso tocca a te”, disse Mirko. “Non posso ingannarmi”, rispose Andrea. “Sulla base delle 5 croci… guarda questa carta, l’ellissoide “ED50” rappresenta una soluzione europea nata dall’esigenza, negli anni 50, di avere un sistema di riferimento unificato. Utilizza l’ellissoide internazionale di Hayford orientato in posizione centrale rispetto all’Europa. La rappresentazione cartografica è quella Universale Trasversa di Mercatore, ma i miei calcoli non portavano a nulla”. “Quindi? ”, lo interruppe Mirko con tono aggressivo. “Quindi”, proseguì calmo Andrea, “mi sono ricordato che nel dopoguerra si utilizzava un’altra convenzione, sull’ellissoide “Roma
.”Cazzo non ho capito una parola, vedi di tradurre”.”A venti centimetri dai tuoi piedi, quella specie di botola”.